Anzio-Nettuno e la “Nembo”, la battaglia nel Pontino

Il sangue e il coraggio dei paracadutisti Italiani sul fronte di Littoria

L’operazione “Shingle”, iniziata il 22 gennaio 1944, aprì un nuovo, drammatico capitolo nella Campagna d’Italia. Voluta da Churchill per sbloccare l’impasse sulla Linea Gustav, questa operazione alleata portò allo sbarco di un imponente contingente ad Anzio e Nettuno. L’intelligence alleata, che aveva sottostimato la presenza delle difese tedesche sul litorale, si illuse di un facile successo. Infatti, dopo un violento bombardamento preparatorio, le truppe americane e inglesi non incontrarono resistenza immediata, occupando Anzio e Nettuno e attestandosi tra Littoria (oggi Latina) e Velletri.

La risposta tedesca non si fece attendere. Il Maresciallo Kesselring, con il piano “Richard”, mobilitò immediatamente unità nella pianura pontina. La necessità di difendere Roma, a pochi chilometri di distanza, portò al richiamo dell’11° Flieger Korps del Generale Student, che designò il Tenente Colonnello Gericke per formare il Kampf Gruppe “Gericke”, un eterogeneo gruppo di combattimento che si attestò a semicerchio nei pressi di Aprilia. Nel frattempo, l’inspiegabile rallentamento dell’avanzata del Generale Lucas, probabilmente dovuto alla mancanza di resistenza iniziale, permise ai tedeschi di organizzarsi.

Fu in questo contesto che, il 9 febbraio 1944, all’interno della 14ª Armata tedesca (che inglobava il 1° Fallschirmjäger Korps e l’11° Flieger Korps), venne creato un battaglione italiano: il Battaglione di formazione “Nembo”, soprannominato “Compagnia Nettunia/Nembo”, posto al comando del Capitano Corradino Alvino. Il 12 febbraio, la “Nettunia/Nembo” raggiunse il fronte, stabilendo il suo comando ad Ardea. Vennero costituiti sei plotoni d’assalto, affiancati a tre reggimenti paracadutisti tedeschi della 4ª Divisione.

La stessa notte dell’arrivo, il comando del Reggimento Sturm affidò alla “Nettunia/Nembo” le prime operazioni di pattugliamento lungo il fosso della Moletta, luogo di successivi e cruenti scontri. Nonostante la differenza di esperienza tra i veterani e i giovani arruolati di recente, la volontà di dimostrare il valore dei paracadutisti italiani e l’attaccamento ai valori militari portarono a un sorprendente livellamento positivo nella preparazione delle truppe.

La grave “emorragia” sul fronte fu prontamente arginata da Kesselring, che ricevette da Hitler l’ordine diretto di contrattaccare e respingere gli Alleati a mare. Rinforzi massicci affluirono, mentre gli Alleati, dal canto loro, avevano potenziato il loro contingente con la Special Service Force, i reparti Ranger, la 45ª Divisione Fanteria USA, la 1ª Divisione Corazzata e altre divisioni inglesi e canadesi.

L’attacco tedesco, l’operazione “Fisch Fang“, si concentrò su tre direttrici principali: Aprilia, Cisterna e Littoria. Il 16 febbraio, l’offensiva scattò alle 6:00 del mattino con un violento bombardamento preparatorio. Oltre 300 paracadutisti italiani, pur se in numero ridotto e con un ruolo simbolico nella vastità della battaglia, si schierarono al fianco dei camerati tedeschi.

Il plotone del Tenente Stefani si distinse nella conquista di diverse alture in località Moletta, penetrando nel bosco “Zackenwald” e conquistando un edificio rosso che diede il nome all’altura. Nonostante le perdite, incluso lo stesso Tenente, e le azioni dei plotoni dei Sottotenenti Angelici e Fusar Poli lungo il fosso della Moletta, il primo giorno di offensiva fu al di sotto delle aspettative. Questo fu dovuto, in gran parte, all’efficacia del “Servizio Ultra”, l’intelligence alleata che intercettava e decifrava le comunicazioni tedesche.

I plotoni dei Sottotenenti Betti ed Esposito furono quelli che si spinsero più in profondità nel territorio nemico, raggiungendo la sommità di una quota e ingaggiando una violenta resistenza inglese. Sebbene entrambi gli ufficiali furono gravemente feriti, a metà giornata tutti gli obiettivi prefissati furono raggiunti. Un secondo attacco tedesco permise di sbloccare la situazione, ma l’avanzata fu definitivamente bloccata in tarda serata, portando il Generale Trettner a rinviare ulteriori operazioni.

La notte portò operazioni di recupero feriti rese critiche da ritardi e organizzazione carente, causando la morte di molti soldati. Solo i paracadutisti italiani, attaccando e aggirando le postazioni inglesi, riuscirono a ottenere risultati incoraggianti, costringendo il nemico ad arretrare.

Il 17 febbraio, l’offensiva tedesca, supportata da cacciabombardieri, sembrava poter sfondare il fronte alleato. Tuttavia, la massiccia risposta logistica alleata, con un impiego devastante di artiglieria e centinaia di voli-missione, fermò l’avanzata tedesca. In questo frangente, i plotoni dei Sottotenenti Fusar Poli e Angelici subirono gravissime perdite.

L’ultimo vero sforzo della 14ª Armata tedesca si ebbe il 18 febbraio. Nonostante i tentativi e i sanguinosi corpo a corpo, l’assenza di copertura aerea e la strenua resistenza alleata trasformarono l’offensiva in una guerra di posizione. Da quel giorno fino al 29 febbraio, la battaglia assunse un aspetto di “Sitz Krieg” (guerra statica), logorando fisicamente e psichicamente i soldati e gli equipaggiamenti. Ogni metro della testa di ponte era conteso, e i campi minati si rivelarono un nemico implacabile. L’introduzione del cannone ferroviario tedesco da 280mm, soprannominato dagli americani “Anzio Express,” contribuì a rendere la vita dei soldati un inferno.

In questo scenario, i giovani diciottenni, e in alcuni casi anche sedicenni, che riempivano le fila dello schieramento italiano, diventarono i veri protagonisti. La loro audacia e la voglia di affrontare le missioni più pericolose li contraddistinsero. La vita nelle buche scavate nel fango, la scarsità del rancio e la monotonia interrotta solo da brevi e violenti scontri, furono la loro quotidianità.

L’ultima grande offensiva tedesca sul fronte di Anzio-Nettuno si verificò il 29 febbraio. Da quel giorno, fino ai primi di aprile, la battaglia si tramutò in una guerra di piccoli colpi di mano. La “Nettunia/Nembo”, abituata ad azioni rapide e irruenti, si trovò in un contesto meno favorevole. Nonostante ciò, in operazioni come l’eliminazione di casematte a Castel Fossignano, i paracadutisti italiani dimostrarono il loro coraggio, come nel caso del caporale Jannaccone, che continuò a ingaggiare il nemico nonostante le gravi ferite, o del Maresciallo Rizzi, che salvò il suo comandante e altri commilitoni prima di spirare.

Questi giovani, immolatisi per gli ideali della RSI, furono prontamente rimpiazzati dalle nuove reclute provenienti dalla scuola di Spoleto. Il 22 aprile 1944, dopo circa quattro mesi di battaglia, il “Nembo” abbandonò il fronte e sgombrò il campo di Ardea, lasciando sul campo circa 80 paracadutisti. La ritirata, lenta e faticosa, fu resa ancora più difficile dai mitragliamenti aerei alleati. I superstiti si radunarono a Castel di Decima con i paracadutisti della nascente “Folgore” e del 2° “Nembo”, aprendo un nuovo capitolo nella storia del battaglione, la cui attività si concentrò sulla difesa di Roma.