La Folgore e la Nembo sul fronte di Anzio-Nettuno

L’arrivo dei paracadutisti Italiani e la difesa disperata di Roma e del suo territorio

Il 27 maggio 1944, mentre le forze alleate premevano inesorabilmente verso Roma, un nuovo contingente italiano raggiunse il fronte di Anzio: il Reggimento Paracadutisti “Folgore”. Con i suoi 1800 uomini (di cui 1440 effettivamente inviati al sud di Roma), il reggimento, fresco di addestramento a Spoleto, si articolava su tre battaglioni: il 1° “Folgore” (comandato inizialmente dal Maggiore Rizzatti, poi dal Capitano Sala), il 2° “Nembo” (Capitano Recchia) e il 3° “Azzurro” (Capitano Bussoli). A questi si aggiungevano una Compagnia Comando e sezioni Trasmissioni, Sanità e Trasporti.

La Folgore fu impiegata come riserva del 1° Corpo Paracadutisti tedesco del Generale Alfred Schlemm. I battaglioni furono suddivisi in aliquote tattiche, pronte a intervenire in situazioni critiche, come i cedimenti delle linee. Data la fluidità del fronte e l’avanzata alleata, gli uomini furono impiegati in diverse zone, combattendo con coraggio lungo la Nettunense, a Pavona, Cecchina, Pomezia, Acquabona, Pian di Frasso, Campo Jemini, Castel Porziano, Ardea e Castel di Decima.

Dal 30 maggio, questi “ragazzi” — molti giovanissimi — ebbero i primi contatti con gli anglo-americani che, sfondato il fronte a Montecassino, dilagavano verso Roma. Il reggimento fu dispiegato su un’area vastissima, dal mare ai Colli Albani, con il compito di coprire la ritirata degli alleati tedeschi. In particolare, il 1° Battaglione del Maggiore Rizzatti e il 2° Battaglione del Capitano Recchia si posizionarono tra la Laurentina e l’Ardeatina, mentre il 3° “Azzurro” fu schierato tra Pavona e Cecchina.

Il 1° giugno, nelle zone di Ardea, Nettunense e Pratica di Mare, i paracadutisti italiani si scontrarono con le unità corazzate britanniche. Di fronte all’evidente superiorità nemica, ripiegarono il giorno successivo su Castel Porziano, Casale Capocotta e Acilia. Un episodio significativo si verificò nella zona di Carroccetto, dove il Tenente De Santis e i suoi uomini della 6ª Compagnia riuscirono a fare prigionieri militari americani di un’intera compagnia del 157° Reggimento. Gli americani, sorpresi di essere catturati da un reparto italiano, faticavano a credere che potessero esserci ancora italiani in armi contro di loro.

Il 3 giugno, la 7ª Compagnia del Battaglione Nembo si sacrificò quasi al completo nella zona del “Fosso dell’Acqua Bona”. Questa compagnia, guidata dal Tenente Ferretto, ricevette l’ordine di riconquistare un caposaldo occupato dagli inglesi per bloccare l’avanzata corazzata nemica. Partendo allo scoperto, i giovani paracadutisti, pur falciati dalle armi automatiche e dai mortai, avanzarono con determinazione al grido di “Folgore!”. In meno di mezz’ora, con violenti combattimenti all’arma bianca, conquistarono le posizioni inglesi, liberando anche i prigionieri tedeschi. Un successo pagato a caro prezzo, con decine di caduti e feriti, tra cui nomi come Fiocchi, Camuncoli, Monaci e Bottini. Nonostante la vittoria, la posizione era vulnerabile e fu necessario ripiegare. Nel pomeriggio, un contrattacco nemico con largo impiego di artiglieria, mortai e carri armati annientò la resistenza, lasciando solo pochi superstiti a ripiegare verso Pomezia e Castel di Decima. Al Paracadutista della 7ª Compagnia Ferdinando Camuncoli, caduto nel Colle dell’Acqua Bona il 3 giugno 1944, fu concessa la Medaglia d’Oro al Valor Militare alla memoria per il suo gesto eroico. Carlo Borsani gli dedicò la commovente “Canzone di Nettuno”, che recita: “Sorgi a vincere il mondo, Italia mia, serena e forte come l’innocente anima nuova degli Eroi della Repubblica Sociale Italiana, che in armi repubblicane vennero a Nettuno per morire d’amore”.

A partire dalla sera del 3 giugno, i tre battaglioni della Folgore furono designati a difendere il tratto tra Castel Porziano e Acilia, e da Castel di Decima a Malpasso, dall’avanzata delle Divisioni britanniche 1ª e 5ª. Ma il culmine dei combattimenti giunse il 4 giugno, data in cui il reparto fu impiegato per circa otto giorni come retroguardia ad Acilia, Infernetto, Castel Porziano, Castel Fusano, Castel di Decima e Malpasso. Lo scopo era rallentare l’avanzata anglo-americana, sostenuta da un’incredibile quantità di mezzi terrestri e aerei. I paracadutisti della Nembo, della Folgore e dell’Azzurro, insieme ai marò del Barbarigo, si schierarono lungo la Nettunense, la Pontina, la Laurentina, l’Ardeatina e l’Ostiense, per coprire la ritirata dei camerati tedeschi in seguito allo sfondamento della Gustav.

In questa giornata drammatica, la 10ª Compagnia del Battaglione Azzurro si scagliò con veemenza contro le truppe avanzanti nella zona di Acilia. Il suo comandante, Tenente Ortelli, dato per morto, fu recuperato dalla sanità americana e inviato in un campo di concentramento. A Castel di Decima, nella zona di Fosso Malpasso, il pomeriggio del 4 giugno, il reparto del Maggiore Mario Rizzatti, comandante del Reggimento e Medaglia d’Oro alla memoria, si trovò tagliato fuori. Insaccato tra Castel Porziano, Castel di Decima e l’Ostiense, nel tentativo di coprire la ritirata tedesca, Rizzatti si attestò presso il Caposaldo Castel Decimo (o Malafede), un’altura con bunker, parte di un sistema difensivo costruito nel 1942.

Dopo aver respinto un primo assalto inglese, il caposaldo fu attaccato dagli Sherman del 46° Royal Tanks Regiment, che tentavano un aggiramento. Senza armi controcarro, la situazione divenne disperata. Rizzatti comprese che bisognava agire immediatamente. Accompagnato dal suo portaordini, il diciottenne Massimo Rava, uscì dal comando con mitra e bombe a mano, avventandosi sul carro di testa. Entrambi furono colpiti dalle raffiche del carro successivo. Trascinati dal loro esempio, i sessanta uomini della riserva tattica, guidati dal Capitano Edoardo Sala, colpirono e inchiodarono sia il carro di testa che quello di coda, bloccando l’intera colonna e inquadrandola sotto il fuoco. Questo atto di valore permise alla Folgore di ripiegare combattendo verso Roma, dove alla Magliana e all’EUR furono gli ultimi a contendere la città agli Alleati.

Il corpo del Maggiore Rizzatti fu seppellito provvisoriamente, ma l’occupazione alleata ne dispose l’esumazione e la cremazione. Ciò che rimase fu inumato in una fossa comune al Verano. Sul luogo della sua caduta, una lapide fu posta con la dedica: “Pro itala gente contra hostes bellique desultores militum ductor bellum strenuissimo ad Urbem defendendam Mario Rizzatti” (al comandante Mario Rizzatti, caduto dopo uno strenuo combattimento in difesa di Roma, nel nome della gente italica contro i nemici e i traditori). Grazie all’eroico comportamento dei paracadutisti, lo schieramento italo-tedesco poté effettuare un regolare sganciamento da Roma. Le perdite superarono il 60% dell’organico reggimentale, e il gagliardetto del Reggimento “Folgore” fu insignito di Medaglia di Bronzo.

Questo fu un ultimo, magnifico episodio di valore, parte di un eroismo spesso dimenticato perché, secondo la storiografia “ufficiale,” questi soldati avevano combattuto con innegabile coraggio e idealismo, ma dalla parte “sbagliata.” Il loro sacrificio, quindi, non ricevette il riconoscimento che avrebbe meritato in un contesto diverso. La motivazione della Medaglia d’Oro alla Memoria per Mario Rizzatti riassume questo spirito: “Comandante del 1º Battaglione Paracadutisti… mirabile esempio delle più alte virtù militari e civili, che fanno di lui un purissimo eroe, degno continuatore dei primi difensori della repubblica Romana. Castel di Decima, 4 giugno 1944.”