La Bonifica delle Paludi Pontine, visione e ostacoli di Papa Pio VI

Un’impresa grandiosa tra ambizioni economiche, resistenze locali e la lotta contro la malaria

Quando Giovanni Braschi fu eletto al soglio pontificio nel 1775, assumendo il nome di Pio VI, una delle sue prime e più ambiziose preoccupazioni fu la bonifica delle Paludi Pontine. Non si trattava solo di una questione di prestigio per lo Stato Pontificio, ma di una stringente necessità economica: l’obiettivo era incrementare la produzione agricola e, di conseguenza, i tributi che il territorio paludoso, quasi improduttivo, non riusciva a generare.

Già il 28 maggio 1775, Pio VI convocò una riunione della Camera Apostolica per discutere il problema, incontrando però una forte opposizione. Le maggiori resistenze provenivano da coloro che temevano spese “inutili” per le casse pontificie e, soprattutto, dai proprietari terrieri. Sebbene gran parte degli oneri ricadesse sulla Camera Apostolica, questi dovevano partecipare alle spese, classificati come contribuenti di primo o secondo grado a seconda del vantaggio che avrebbero tratto dalla bonifica. La regione fu divisa in un “circondario interno” (Terracina, Sezze, Sermoneta e Bassiano), che avrebbe beneficiato immediatamente, e un circondario “a giovamento mediato”, adiacente ma meno frequentemente inondato.

Pio VI, consapevole dei fallimenti passati, caratterizzati da interventi locali e privati, comprese l’importanza di un piano globale per l’intero territorio Pontino. Si rese conto che il vero ostacolo non erano tanto i problemi tecnici, quanto le resistenze dei proprietari. Per evitare malcontenti, nominò un commissario legale, l’avvocato Giulio Sperandini, con l’incarico di ascoltare le ragioni di ciascuno e conciliare le numerose liti con compensi economici. Gli accordi furono stipulati separatamente con ogni comunità e singolo proprietario, poiché la palude, nonostante la malaria, rappresentava per molti una fonte di notevoli guadagni.

La malaria era la causa principale dello spopolamento. Non solo debilitava e uccideva l’uomo, ma colpiva anche gli animali utili, costringendo gli abitanti a fuggire sui monti e lasciando la campagna desolata e le “lestre” (luoghi di sosta) a guardia di pochi animali selvaggi. Tuttavia, le piccole superfici di terreno fertile, i pascoli, il taglio della legna, la caccia e le peschiere, spesso abusive, generavano forti profitti, esenti da tasse. Molti Pontefici avevano riconosciuto alle comunità il diritto di prosciugare e coltivare le zone paludose, ma raramente avevano esercitato tale diritto, limitandosi a pascolo, legnatico e pesca.

I proprietari terrieri, tra cui i potenti conti Caetani, che da secoli dominavano illegalmente il territorio, avevano un interesse diretto a mantenere i terreni paludosi per evitare il pagamento delle tasse. Facendo in modo che le proprie terre fossero invase dalle acque (solitamente dopo la mietitura), dichiaravano la perdita accidentale del raccolto ed eludevano le imposte. Pescatori di frodo, legnaioli, mandriani e pecorai pagavano un canone d’affitto ai proprietari, cedendo loro parte del ricavato. Le peschiere, in particolare, erano considerate una delle principali cause dell’impaludamento, realizzate restringendo il letto dei fiumi con breccia e utilizzando pietre della Via Appia per lastricare il fondo delle bocche.

Pio VI, forte dello jus romano, riuscì ad espropriare temporaneamente le terre paludose. Questo diritto sanciva che un fondo sommerso si perdeva se il proprietario non dimostrava l’intenzione di recuperare il dominio e non provvedeva a deviare le acque. Sfruttando questa norma, il Papa riacquisì la proprietà di tutti i terreni paludosi Pontini, dando il via per la prima volta a un tentativo di bonifica totale.

Dopo aver esaminato scritti e progetti di autori antichi e moderni, Pio VI si rivolse al cardinale Boncompagni, chiedendogli di inviare il miglior idraulico disponibile. Fu così che arrivò a Roma il bolognese Gaetano Rappini. Insieme a Ludovico Benelli, Rappini visitò le paludi, accertando le cause delle inondazioni e studiando i mezzi per il risanamento. La sua relazione al Papa nel gennaio 1777 quantificò il problema: 180.000 miglia quadrate di paludi. Identificò la mancanza di argini nei fiumi e la libertà illimitata di pesca, con strutture che bloccavano il flusso dell’acqua, come cause principali.

Il progetto di Rappini, suggerito dallo stesso Pontefice, prevedeva lo scavo del Canale Linea Pio, parallelo alla Via Appia, per raccogliere tutte le acque e renderlo navigabile fino a Terracina, che sarebbe diventata un nuovo porto di Roma. Il progetto fu avallato da altri due ingegneri bolognesi, Baldini e Zanotti, che lo definirono “il più idoneo”.

I lavori iniziarono nell’autunno del 1777 con la demolizione delle peschiere di Canso e Caposelce, e la pulizia del terreno lungo l’Appia per lo scavo della Linea Pio, lunga circa ventuno chilometri. Furono costruite capanne per gli operai e forni per il pane, e venne istituita una vera e propria “organizzazione della bonifica” con figure specifiche: il direttore (Rappini), il provveditore, il computista, il cassiere, l’esecutore, il magazziniere e i caporali.

L’estate del 1778 vide la sospensione dei lavori, con gli operai che si ritiravano sulle montagne vicine a causa della malaria, un problema endemico della zona. Nell’autunno del 1779, la Linea Pio fu allungata di altri sei chilometri, assumendo il nome di Linea Morta. Tuttavia, la capacità del canale si rivelò presto insufficiente, rendendo necessari ulteriori interventi.

Per alleggerire il Linea, si provvide a dividere le acque alte e basse, realizzando due alvei distinti. Le acque del Ninfa, del Teppia, del Fosso di Cisterna confluirono nel fiume Sisto e nel Canale delle Mole, sfociando nel Fiume delle Volte e poi in mare. Le acque dell’Ufente, del Rio Brivalgo e dell’Amaseno furono convogliate, tramite il Linea, nel Fiume Grosso o Portatore, per poi scaricare nel porto di Badino.

I lavori durarono circa vent’anni e, si stima, che solo nel 1780 vi lavorassero circa 3.500 operai. Dopo aver liberato l’Agro Pontino dalle acque, Pio VI visitò la regione più volte, ascoltando anche le lamentele di coloro che si sentivano privati o gravati. Nel maggio 1784, constatando molti lavori abbozzati, ne ordinò la prosecuzione con maggiore attività. Il rallentamento era in parte dovuto anche agli interessi personali del Rappini, il cui contratto d’affitto per i terreni fu non rinnovato dal Papa, che dispose la concessione a singoli contadini o gruppi.

Nel 1786, il geometra Angelo Sani mostrò al Papa i terreni coltivati. Pio VI si interessò anche alla riqualificazione di Terracina, proponendo la costruzione di un ospedale, scuole pubbliche, una biblioteca, un acquedotto e piantagioni di limoni, melaranci e pini per migliorare l’aria.

Nel 1791, il Papa decise di convertire le colonie in enfiteusi, con un canone annuo di tre scudi per trebbia di terreno coltivabile. Tuttavia, questo provvedimento fu sfruttato da speculatori che, avvalendosi della loro posizione, acquisirono vaste estensioni di terreno a danno dei piccoli coltivatori. L’Agro Pontino fu liberato dalle acque e lo scolo dei terreni, alimentati dalle piogge, fu assicurato da piccoli canali, le Fosse Miliari, che confluivano nella Fossa della Botte e nel Canale dello Schiazza.

Complessivamente, sedicimila rubbie (oltre ventinovemila ettari) furono messe a coltura. Fino al 1861, la Camera Apostolica aveva sostenuto spese per circa quattordici milioni di lire, e una cifra simile era stata investita dagli enfiteuti. L’unico appunto che può essere mosso a Papa Braschi è di non aver saputo assicurare un’equa ripartizione dei frutti della bonifica. Speculatori e accaparratori si accanirono nella spartizione dei poderi, riducendo i seicento assegnatari a circa ottanta. Una quota significativa, oltre 7.000 ettari, fu assegnata allo stesso Rappini (quasi 2.000 ettari) e ai Duchi Braschi-Onesti, nipoti del Papa. Le vicende politiche che coinvolsero lo Stato Pontificio verso la fine del secolo determinarono la cessazione delle opere di bonifica, ma l’impresa di Pio VI rimane un capitolo fondamentale nella storia del risanamento dell’Agro Pontino.