I volontari del Politecnico di Torino, un tragico episodio nella Testa di Ponte di Anzio

La verità svelata sul primo caduto italiano di Anzio e la memoria di un’unità eroica

Il fronte di Anzio, durante la Seconda Guerra Mondiale, fu teatro di scontri feroci e di sacrifici immani. Tra le prime unità a giungere alla testa di ponte, il 24 gennaio 1944, vi fu un contingente quasi sconosciuto: i Volontari del Politecnico di Torino. Questi giovani, studenti universitari, rappresentano una pagina poco esplorata della storia militare italiana, segnata da un destino tragico e da un sacrificio quasi anonimo.

Poche sono le informazioni su questi ragazzi, ma ciò che emerge con forza è la loro presenza sul campo e la rapidità con cui uno di loro divenne il primo caduto italiano su quel fronte: Aldo Bormida. Un modesto monumento, una colonna spezzata eretta a Borgo Podgora, nel territorio di Latina, ne ricorda la memoria con una scarna iscrizione: “Aldo Bormida – diciannovenne studente Politecnico di Torino – Caduto per la patria il 30 gennaio 1944”.

Per anni, l’identità di Aldo Bormida, il suo reparto e le precise circostanze della sua morte sono rimaste avvolte nel mistero. Si trattava di giovani studenti universitari che, trovatisi in Germania per uno scambio culturale, furono sorpresi dall’Armistizio dell’8 settembre 1943. La loro decisione di arruolarsi volontari portò i tedeschi a inviarli a combattere in Italia, in un contesto di caos e riorganizzazione delle forze.
A gettare luce su quel drammatico 30 gennaio 1944 è stata la testimonianza di Luciano Populin, allora dodicenne, diretto testimone dell’evento. Le sue memorie, impresse nella mente di un bambino, offrono uno spaccato crudo e toccante di quei momenti.

Luciano Populin ricorda vividamente il trasferimento della sua famiglia dal Borgo Podgora alla Strada Della Croce, dopo lo sbarco americano ad Anzio. La casa nel Borgo era stata occupata dai mezzi corazzati di una Divisione tedesca. Dalla finestra della nuova abitazione, il giovane Luciano assistette all’arrivo di due camion carichi di soldati. “Il 30 gennaio 1944 avevo 12 anni e 4 mesi ed era per me la prima paurosa e sofferta esperienza di vita”, racconta Populin.

Quei soldati, che successivamente scoprì essere i giovanissimi volontari del Politecnico di Torino, si prepararono a un assalto disperato. Gli americani erano appostati sull’argine opposto del Canale Mussolini, a circa 150 metri dalla casa dove si era insediato un giovane ufficiale tedesco. I circa quaranta volontari italiani si lanciarono all’attacco, cercando di risalire l’argine del Canale. “Gli americani, che erano appostati sull’argine opposto a 30/40 metri, li fecero arrivare alla sommità e inesorabilmente li falciarono con le armi”, prosegue il racconto. Il terrore e la disperazione spinsero il bambino a nascondersi, mentre la scena della strage si imprimeva indelebilmente nella sua memoria.

La fuga di Luciano Populin e della sua famiglia, guidata da un ufficiale tedesco che cercò di evitare ulteriori spargimenti di sangue, fu solo l’inizio di un lungo peregrinare. Il ricordo di quei giovani caduti riemerse con forza solo dopo la guerra.

Si scoprì che solo un ragazzo sopravvisse all’assalto, rifugiandosi nella casa dei Piva, che ospitarono anche un soldato tedesco ferito. Il sopravvissuto, una volta in salvo, tornò in seguito sul luogo della tragedia, indicando il punto esatto dove era caduto Aldo Bormida. È per questo motivo che la stele in suo ricordo è stata eretta proprio lì, un luogo che fino a pochi anni fa era meta di visite da parte di qualche familiare.

I corpi dei caduti, martirizzati dagli eventi bellici e ridotti a resti ossei da un incendio di sterpaglie, furono raccolti dagli americani nel giugno o luglio di quell’anno, finendo in sacchi bianchi senza alcuna possibilità di riconoscimento. Si presume che i loro resti riposino oggi in un cimitero di Lavinio o Pomezia, sotto la dicitura “Caduti ignoti”.

La storia dei Volontari del Politecnico di Torino, con il drammatico episodio della morte di Aldo Bormida, rappresenta un monito silenzioso sulla brutalità della guerra e sul sacrificio spesso dimenticato di giovani che, spinti dalle circostanze, si trovarono a combattere e a morire in un conflitto che non sentivano proprio. La loro vicenda, seppur frammentaria, ci ricorda l’importanza di non dimenticare neanche le più piccole e oscure pagine della nostra storia.