Un’antica poesia da Littoria rivela il cuore pulsante della retorica coloniale fascista
Immaginate un’Italia in fermento, una nazione che si preparava a scrivere una pagina complessa e controversa della sua storia coloniale. In questo clima carico di attese e di propaganda, da Littoria, una delle giovani e fiorenti città di fondazione fascista, emerge una poesia. Firmata da TURRI WALDES e datata 2 agosto 1935, questo componimento intitolato “AI FRATELLI D’AFRICA” non è solo un semplice verso, ma un vero e proprio specchio dell’anima del tempo, un documento prezioso per comprendere la retorica e i sentimenti che infiammavano il Paese alla vigilia della Guerra d’Etiopia.
La poesia si apre con un’immagine suggestiva: un “pensier” che vola verso “l’Africa lontana”, là dove i “fratelli nostri” sono già partiti. E non sono partiti con malinconia, ci assicura il poeta, ma “senza malinconia o sconsolati”, rispondendo al richiamo della Patria. È un’introduzione che stabilisce subito il tono: quello di un’impresa eroica, quasi un destino ineludibile. Questi soldati, prosegue il canto, non hanno alcun rimpianto per ciò che si lasciano alle spalle, nessuna parola di dolore o di amarezza. Sulle loro labbra, solo “un canto” d’amore per la Patria. Un’immagine potente, quella del soldato che trasforma il proprio sacrificio in un’ode nazionale, un ideale fortemente promosso dalla propaganda del regime.
Il testo prosegue con un’esaltazione quasi mistica della giovinezza: chi parte, ha “votato la lor giovinezza alla grandezza della Patria bella”, ciascuno “fidente nella propria stella”. Qui l’eco della retorica fascista è fortissima, con il suo richiamo all’entusiasmo giovanile e all’ambizione di una nazione destinata a grandezza. Il cuore di questi giovani è “pieno d’ebrezza”, un’ebrezza che si fonde con l’ardimento e il desiderio bruciante di “sfoggiare il battaglier talento” contro un nemico ben definito: “il nemico crudel, selvaggio ed imbelle”.
Questa descrizione dell’avversario è particolarmente rivelatrice. L’Etiopia, dipinta come “crudele, selvaggia ed imbelle”, diventa l’incarnazione di ciò che deve essere sottomesso, un chiaro contrasto necessario per giustificare l’intervento militare. Una demonizzazione che era, purtroppo, un pilastro fondamentale della propaganda coloniale, utile a veicolare l’idea di una “missione civilizzatrice” da compiere.
La poesia culmina con un’immagine di ineluttabilità: i soldati “senza tremare vanno al lor destino verso la gloria oppure verso la morte”. E in questo cammino, non sono soli. Sono accompagnati “dall’anime risorte dei Martiri caduti nel Trentino”. Questo riferimento ai martiri trentini è un colpo di genio propagandistico, che lega l’impresa d’Africa al Risorgimento e alla Grande Guerra, creando una continuità storica e ideale tra le diverse “battaglie” della nazione. Il grido finale, forte e perentorio, “A NOI CAMICE NERE”, è una chiara e inequivocabile chiamata alle armi, senza esitazioni.
