LE PRIME BONIFICHE

Il primo tentativo di rendere vivibile il territorio della pianura pontina venne fatto dai Volsci che scavarono il canale di Rio Martino. Alla bonifica si dedicò in seguito anche la mente più geniale della storia dell’umanità: Leonardo Da Vinci

Nel Lazio meridionale, la palude occupava una vasta superficie, delimitabile dall’immediato sud di Cisterna fino alle porte di Terracina. Dalla caduta dei Volsci, furono tentati rimedi continui contro l’acquitrino, ma avevano il difetto di essere parziali in quanto tentavano di risolvere il problema in un limitato ambito territoriale. In questo modo la palude riguadagnava le zone che le erano state temporaneamente strappate. Le acque ristagnavano, imputridivano e creavano le condizioni ideali per l’insediamento di una micidiale zanzara portatrice di malaria: l’anofele. Per molti secoli l’insetto fu l’effettivo dominatore della pianura pontina. Il primo tentativo di bonifica di cui si ha traccia è quello di Rio Martino. Questa escavazione fu fatta certamente per raccogliere le acque della palude, anche se non si conosce con precisione la paternità dell’opera che sarebbe stata realizzata dai Romani o dai Volsci. Fatto sta che vista la mole dei lavori, questi avrebbero potuto essere eseguiti solo da un popolo che poteva disporre di grandi mezzi. Gli interrogativi restano, ma non è difficile supporre che i Volsci avviarono i lavori (del resto è dimostrato che essi fecero delle canalizzazioni di superficie e sotterranee) e i Romani completarono e ampliarono l’opera iniziata. È certo, comunque, che quello di Rio Martino fu un grosso tentativo anche se, da solo, il canale non poteva garantire il travaso della grande piscina d’acqua stagnante, mancando oltretutto una ramificata canalizzazione.

E Plinio il Vecchio doveva rinnovare l’esortazione, ora scritta sulla facciata del Palazzo del Governo a Latina: Siccentur pomptinae paludes tantummove agri suburbanae reddatur Italiae. Che tradotta vuole dire: Le paludi pontine devono essere prosciugate per restituire all’Italia l’agro coltivabile.

Furono compiuti altri parziali lavori di bonifica quando, nel 312 a.C., il console Appio Claudio Cieco fece aprire la strada che dal suo nome si chiamò Appia. Le opere vennero realizzate per consentire all’arteria di attraversare l’agro. Circa centocinquant’anni dopo, verso il 160 a.C., il console Cornelio Cetego faceva aprire un lungo canale, forse quello che costeggia l’Appia e che in seguito fu chiamato Linea Pio dal momento in cui Pio VI lo riscavò interamente. La fossa cetegana riuscì a raggiungere un risultato parziale, garantendo per un certo tempo e per certi tratti la consolare dai periodici allagamenti. Con il passare del tempo lo scavo perse valore ed efficacia, e la palude si riestese con prepotenza. Altri tentativi di bonifica furono operati anche da Teodorico, come testimonia una lapide posta sul muro del palazzo della posta di Mesa, situato al Km. 85 dell’Appia. Ma proprio nel periodo successivo alla decadenza romana si registrò una delle fasi più critiche nella storia della palude, con l’Appia che cominciò lentamente ad affondare nel terreno torboso nuovamente impregnato da cospicui allagamenti tant’è che nell’VIII secolo d.C. l’antica consolare era impercorribile. L’inutilizzabilità della via di comunicazione procurò l’esclusione dell’intero territorio pontino dai traffici e quindi da ogni forma di vita stabile.

Anche il genio di Leonardo da Vinci si era cimentato in un progetto di bonifica per incarico di papa Leone X (1513-1521). Il compito di Leonardo fu quello di riprodurre la mappa delle zone sulle quali intervenire con l’opera di bonifica. In quella occasione, la direzione dei lavori venne affidata dal Papa a suo nipote Giuliano de’ Medici. L’intervento ebbe come risultato lo scavo del canale Portatore, che prese anche il nome di canale Giuliano.

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